7 febbraio 2017 Comments (0) Capitolo 3: Alto Giura

Paragrafo 2: “Ghiaccio”

Sono nella mia stanza, la stanza di quand’ero bambino. Cerco qualcosa, ma non riesco a trovarlo. Fuori c’è il sole, è una bella giornata, ma tengo le tapparelle abbassate. Sento una tortora tubare dall’albero di fronte, ma il suo verso mi appare strano, freddo, metallico. Ritmato, di volta in volta identico. Mentre rovisto in un baule la mia attenzione si sposta sempre più su quel verso strano, finché la mia mente supera l’invisibile soglia tra il sogno e la realtà. Spengo la sveglia dell’orologio. Sono le 4 di mattina.

Accendo la torcia frontale e prendo coraggio per uscire dal sacco a pelo. Ho freddo ma sto bene, la pancia ha smesso di darmi problemi.

Per prima cosa riaccendo la stufa: avevo saggiamente conservato un po’ di legna.

Mentre l’acqua per il té si scalda, mi vesto. Non ho molto tempo.

Voglio raggiungere la Crêt de la Goutte prima dell’alba, e superare la zona di cresta finché il sole è ancora basso. Durante il giorno la temperatura sale di diversi gradi sopra lo zero e voglio evitare di ritrovarmi a tu per tu con le slavine.

Finalmente avanzo con la velocità che mi è solita. Le gambe sostengono magnificamente lo sforzo e quasi non mi accorgo del dislivello che mi lascio alle spalle. Mano a mano che salgo la neve appare sempre più solida, fino a quando non sento le ciaspole stridere grattando la superficie del ghiaccio.

Riaggancio le racchette da neve allo zaino, infilo i ramponcini, e ancora una volta la mia marcia si velocizza.

Ecco la croce, sono su una delle più alte vette del Giura. Quasi all’unisono con l’ultimo mio passo sulla sommità, il primo raggio di sole fa capolino tra le lontane vette, solo per incontrare i miei occhi. E’ un vento forte quello che lo accompagna. Ignoro il gelo e i piani di marcia: è un momento magico, lo voglio gustare, voglio lasciare che il sole mi riconosca: Robin, un minuscolo punto in piedi su di un granello di roccia di questo scoglio un po’ più grande che chiamiamo Terra.

 

Le rocce, rivestite da un sottile strato di ghiaccio si colorano e brillano. L’intera vetta appare come un unico grande cristallo.

Scendo veloce dall’altro versante per non venire meno al dogma del vero thru-hiker: c’è un’unica direzione.

La mia è nord-est. Mi lascio la croce alle spalle, mentre il sole continua ad accarezzarmi la guancia destra. E’ sorto da poco eppure riesco a sentire la differenza di temperatura tra le parti del viso illuminate e quelle non esposte ai raggi.

Dalle creste riesco a vedere quasi tutta la strada che mi aspetta: anche se non si nota la presenza di un sentiero so di dover scendere verso quel passo, risalire attraversando l’ampia foresta, raggiungere e superare quei rilievi, e poi ancora avanti, dove le vette si confondono con le nuvole dell’orizzonte.

La vastità del cammino può spaventare, ma a me lascia un sorriso stampato sul viso: è la mia infinita, tortuosa “highway”, e al momento sono l’unico a percorrerla.

 

La salita nel bosco si rivela più difficile del previsto. Sotto le fitte chiome degli abeti la neve è riparata dal vento e dal calore del sole e ricopre per almeno un metro il terreno. E’ soffice, cedevole al passo e persino con le ciaspole risulta estremamente stancante avanzare.

Sebbene sia circondato dal silenzio, questo è un bosco vivo. E’ facile scorgere i segni dei suoi abitanti: i profondi piccoli fori nella neve lasciati dagli zoccoli dei caprioli, la trincea scavata dal passaggio di un tasso, l’ordinata fila delle impronte di una volpe. Queste ultime seguono tutte lo stesso percorso, non sono lineari ma compiono numerose svolte, aggirando diversi cumuli e tenendosi il più possibile a ridosso degli alberi. Mi trovo su un punto leggermente sopraelevato e osservo la vallata: non si vede la traccia del sentiero. Le impronte mi suggeriscono un’idea, seguirò i passi delle volpi; dopotutto è una cosa ovvia, questa è casa loro e sanno qual è la via migliore per risalire l’avvallamento. La scelta si rivela saggia: la neve è più compatta e si procede con minore fatica.

Quando non sapete che strada prendere, seguite le impronte degli animali: conoscono la zona e hanno solitamente maggior buon senso della quasi totalità degli uomini.

 

Quando emergo dal bosco sui pascoli sommitali, subito mi accoglie la vista di un altro chalet.

Ho percorso una buona distanza oggi, e l’ora è prossima al tramonto. Decido di usufruire del rifugio e in particolare della sua stufa, con cui potrò sciogliere e far bollire della neve più velocemente di quanto non farei col mio fornellino. Mentre ispeziono la zona mi accorgo che vi è una pompa per l’acqua all’esterno. L’intera struttura metallica appare ghiacciata, ma voglio tentare ugualmente. Tiro con forza la maniglia finché con uno schianto il ghiaccio che la teneva bloccata cede. Tiro e rilascio per almeno una trentina di volte, ma alla fine l’acqua inizia a sgorgare. Meraviglia! Corro a prendere la pentola e la riempio. Potrebbe sembrare un controsenso, ma le montagne, persino quando coperte di neve, sono assai simili ad un deserto, e procurarsi dell’acqua può essere molto difficile.

 

Dovrò comunque farla bollire, un cartello avverte che non è potabile (è utilizzata per l’abbeveratoio delle mucche d’estate), quindi, non essendoci legna all’interno del rifugio, mi armo di sega e accetta (lasciate a disposizione dei viandanti nello chalet) e mi dirigo nuovamente verso il bosco.

La luce del tramonto si riflette sulla mia fronte imperlata di sudore mentre ritorno col carico di legna.

Nella semi-oscurità dello chalet accendo la stufa, faccio bollire l’acqua e asciugare vestiti e scarponi.

Si mangia, si dorme.

 

Non manca molto all’alba. Il vento ulula al di là della sgangherata porta di legno da cui passano numerosi spifferi. E’ ora di rimettersi in cammino. Un altro tratto di creste impervie e scoscese, poi dovrò inevitabilmente scendere verso i primi centri sciistici.

Il sole è sorto, ma non credo riuscirò a vederlo oggi: una fitta coltre di nuvole ingrigisce e rende spettrale il paesaggio.

Bastano un paio d’ore di cammino per incontrare le prime difficoltà. Non seguo alcun sentiero, ma mi baso sulla naturale progressione delle creste verso nord-ovest per trovare la via. Ad un primo sguardo appaiono brulle, spoglie del manto nevoso che ricopre i versanti: i forti venti hanno fatto un buon lavoro lasciando affiorare le dure rocce. E la roccia è invitante, sembra offrire un solido appoggio per i piedi, una facile progressione.

Ma si tratta di un tranello: una sottile ma dura lastra di ghiaccio le riveste e sarebbe un errore posarvi il piede sprovvisto di rampone.

Decido di proseguire più in basso, sul fianco della montagna, ma anche qui, dopo qualche decina di metri, la via appare compromessa: la neve brilla di una luce cristallina, riflettendo la luce diffusa del sole di mezzogiorno soffocato dalle nubi. Conosco quel riflesso, è ancora lui, il ghiaccio. Se provassi a procedere gli scarponi non farebbero presa e mi ritroverei in un attimo tra gli alberi del fondovalle.

Decido di creare delle tacche nel ghiaccio. Assesto dei calci sfruttando il puntale rinforzato dello scarpone, scalfendo la liscia e ripida superficie ghiacciata. E’ sempre il piede destro che deve creare il solco, il sinistro lo segue ringraziando. E’ un lavoro lungo e faticoso, che sottrae tempo ed energie e dona in cambio qualche unghia nera, ma mi consente di passare l’ostacolo e di riprendere il cammino.

Altre creste, ancora neve fresca, ancora ghiaccio. Poi il tempo peggiora, nevica e infuria il vento. La visibilità è pressoché nulla: bianco dappertutto! Per poco non mi perdo. Una lunga e faticosa salita mi riporta nella giusta direzione.

Verso la sommità un pino, nodoso e contorto, crea un riparo naturale che subito faccio mio.

Protetto da ogni lato dalle fronde dell’albero mi riposo e mi riscaldo con del tè.

 

Non manca molto, è ora di abbandonare momentaneamente le vette per scendere verso valle.

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