28 marzo 2017 Comments (0) Capitolo 1: Skye

Paragrafo 1: “Quella tenda tra nuvole e fango”

6 ottobre 2015, ore 15.14, da qualche parte lungo il Trotternish Ridge

 

…ho impiegato più di un’ora per riuscire a montare la tenda. Il vento è davvero fortissimo, ma nonostante questo non si vede nulla, sono al centro di una gigantesca nuvola grigia. Il muretto mezzo distrutto di sassi offre una protezione davvero limitata, ma è meglio di niente. Sono esausto. Non credevo di essere così fuori forma. Da quando il tempo ha iniziato a peggiorare mi sono dovuto fermare a riposare ogni 20/30 metri. Nelle ripide salite tra una vetta e l’altra mi sono trovato a slittare o affondare nel fango bagnato, col vento che mi respingeva indietro. Mi chiedo chi me l’abbia fatto fare. Avrei tante cose da dire e tanti pensieri negativi affollano la mia testa, ma sono troppo stanco per scrivere ancora.”

 

Avvolto nel sacco a pelo osservo le gocce di pioggia scorrere lungo il telo esterno della tenda. Dovrei cenare ma sono troppo stanco, anche per svolgere una così minima incombenza. Non ho potuto picchettare efficacemente la tenda a causa del terreno fangoso, così ho utilizzato dei sassi che un tempo dovevano far parte del muretto presso cui mi sono accampato, ma la tensione dei teli è subottimale e ad ogni folata di vento la tenda è scossa violentemente. Il rumore che ne consegue metterebbe in allarme chiunque, ma nonostante questo, nonostante lo scrosciare della pioggia, nonostante il continuo brontolare dei tuoni, nonostante il continuo brontolare del mio stomaco, mi addormento e dormo molte ore di un sonno pesante, privo di sogni.

 

Solo una settimana prima mi trovavo in laboratorio, alla mia scrivania.

Sto effettuando il check-in on-line per il volo verso Edimburgo. Andrò da solo, le due persone che dovevano accompagnarmi non verranno, per motivi molto diversi.

Mi rifiuto di percorrere il West Highland Trail, quel sentiero è “prenotato”, è il sentiero che dovevamo percorrere assieme.

Cerco altri percorsi, itinerari, e la mia attenzione si focalizza sullo Skye Trail.

Un hike non ufficiale, senza una specifica segnaletica, indicato e descritto dai più come bellissimo…ma difficile.

Percorrerò lo Skye Trail, nella speranza di ritrovare tramite quei paesaggi idilliaci una serenità che ho perso da tempo, e augurandomi che le avversità temprino nuovamente la mia mente che sento fragile ed in balia delle emozioni.

E’ la prima volta che percorro totalmente in solitaria un sentiero a lunga percorrenza al di fuori dell’Italia. L’idea mi spaventa ma allo stesso tempo mi infonde un’energia positiva: la voglia di riuscire, la voglia di farcela. Si risveglia in me lo spirito d’avventura.

So di non essere pronto per questo viaggio. Dall’incidente sopra quel maledetto ring sono passati più di due mesi, e anche il mio fisico ne ha risentito.

Gli amici e i familiari mi vedono assente, apatico.

Qualcosa in me è cambiato, e non in maniera positiva.

Lo studio del percorso è appena sufficiente e l’equipaggiamento non è dei migliori, ma ora conta solo andare.

Nella mia mente un unico pensiero ricorrente: “via da qui!”.

 

Sono ormai passati due giorni da quando, sceso dall’autobus in uno slargo della strada nel nulla di una brughiera sull’oceano, ho intrapreso il cammino.

E’ l’alba del terzo giorno, un raggio di luce penetra attraverso il telo della tenda. Mi sveglio e per qualche secondo osservo le gocce di pioggia illuminate dal sole, e rimango assorto nel contemplare la totale assenza di vento e il disarmante silenzio che ne consegue.

Al primo movimento delle gambe realizzo che il sacco a pelo è fradicio. Di scatto emergo dal sacco e inizio a tastare il terreno attorno a me ed i miei beni accatastati lì attorno. Anche lo zaino è bagnato, come il telo inferiore della tenda.

Imprecando mi infilo gli scarponi ed esco all’aperto, accorgendomi che il punto in cui avevo fissato la tenda era in una conca che, in seguito all’abbondante pioggia della notte, si è riempita d’acqua. Devo aver dormito proprio profondamente per non essermi accorto di nulla! Ho i nervi a fior di pelle mentre rimuovo i sassi dagli angoli e smonto la tenda. Distendo, o forse è meglio dire lancio, entrambi i teli tra alcuni bassi cespugli e quel muretto che credevo potesse schermare il vento, quando accidentalmente mi volto verso nord, verso il sentiero che ho percorso il giorno precedente.

 

…davanti a me si manifesta lo spettacolo più bello che abbia mai visto. Al di sotto delle nuvole, verdi colline scendono dalle verticali pareti del Trotternish per gettarsi in mare. Un mare blu, di un blu che sembra dipinto. Ma è il sole a fare la magia: pochi raggi filtrano attraverso le nuvole creando meravigliosi punti di luce sulle rocce e i pendii erbosi. L’acqua illuminata ha riflessi argentati e le bianche case sparse di Staffin brillano lungo la costa.”

 

Inspiro profondamente l’aria fresca, quasi a catturare quella vista non solo mediante gli occhi, ma anche attraverso i polmoni. E’ ossigeno vitale per la mia mente. L’umore è già cambiato. Piego alla meno peggio i teli della tenda e il sacco a pelo, quindi butto tutto dentro allo zaino: non avrebbe senso metterli nelle rispettive custodie, dovrò prima asciugarli. M’incammino scaldato dal sole mentre le nuvole si diradano. Ho almeno tre ore di ritardo sul mio piano di marcia, ma il mio cuore finalmente sorride.

 

 

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