Paragrafo 3: “Fuori dal sentiero”

Paragrafo 1: “Quella tenda tra nuvole e fango”

27 marzo 2017 Comments (0) Capitolo 1: Skye

Paragrafo 2: “Ali lunghe sull’oceano, grandi ali nella nebbia”

5 ottobre 2015, ore 20.00, ostello di Flodigarry

E’ ormai finito il primo giorno di cammino lungo lo Skye Trail. Un giorno ricco di emozioni.

La mattina è iniziata nel peggiore dei modi: al risveglio nell’ostello della gioventù di Portree non riesco a trovare il portafoglio. Dopo una ricerca disperata mi rassegno a denunciarne la scomparsa all’ufficio locale della polizia. Mi accoglie un poliziotto con la faccia di un bulldog, particolarmente sgarbato e infastidito dalla mia presenza. A denuncia fatta torno col morale a terra all’ostello. Mentre rifaccio il letto vedo il portafoglio! Era scivolato incastrandosi nell’incasso di legno del letto a castello. Momento di gioia assoluta! Torno dalla polizia per dire di averlo ritrovato, annullando quindi la denuncia, e mi concedo una sontuosa colazione a base di uova strapazzate, bacon e pancakes. Verso alle 10 prendo il bus verso Duntulm. Il pulmino sfreccia veloce tra le strade a singola corsia, schivando solitarie vacche delle Highlands. Ad una delle prime fermate alcune signore caricano nell’autobus, aiutate dal conducente, numerosi sacchi che intuisco essere colmi di generi alimentari. Ad ogni fermata successiva vi è sempre almeno un anziano ad attendere il passaggio del bus. Il conducente ogni volta li saluta calorosamente e porge loro una busta della spesa.

Si respira un vero senso di comunità ed è bello vedere come la gente del posto si sia organizzata per aiutare chi ne ha più bisogno.

Scendo a Duntulm. Vi è brughiera tutto attorno. Di fronte a me il mare. A qualche centinaia di metri verso ovest si vede il vecchio hotel, al momento chiuso, e sulla scogliera i ruderi del castello.

E’ una giornata soleggiata e mi incammino di buon passo, ansioso di raggiungere Rubha Hunish.

 

Rubha Hunish è una penisola, la punta più settentrionale dell’isola di Skye. E’ una meta obbligata o quasi per i numerosi turisti che affollano l’isola in estate. Io vi arrivo però nel mezzogiorno di uno dei primi giorni di ottobre, e di turisti non v’è traccia.

Scendo verso il mare dalla scogliera seguendo un ripido e scivoloso sentiero appena abbozzato. Immagino le balze della scogliera affollate di chiassosi uccelli marini, ma attorno a me vi è solo silenzio, interrotto dalla risacca delle onde sugli scogli: la nidificazione è terminata da molti giorni e tutti gli uccelli sono ormai migrati altrove.

Mentre percorro la sottile lingua di terra che si spinge in mezzo al mare con lo sguardo tra le onde, alla ricerca magari dei segni della presenza di una balena lontana, un’ombra passa rapida sopra di me. Riconosco le lunghe ali di una sula bassana. Solitaria, veleggia nella baia, offrendomi interessanti riprese fotografiche. Mi siedo sull’erba verde e bagnata, stabilizzando l’obiettivo con le ginocchia. Mi sento bene. Il sole di tanto in tanto m’illumina il viso mentre per il vento che soffia dal mare sono solo un nuovo scoglio da lambire.

 

Mezz’ora dopo risalgo la ripida scogliera e proseguo il cammino verso est. Il cielo si sta rannuvolando, ma la vista rimane emozionante: percorro il margine della scogliera per diversi chilometri per poi attraversare ampi pascoli e ancora avanti fino a superare qualche casa isolata nei pressi di Balmacqueen. Una coppia di poiane scruta i pascoli e i pendii, per poi rincorrersi e volteggiare con gli artigli protesi. Ancora avanti. Nuovi scorci sul mare, nuove scogliere, nuovi incontri: mentre allevio le spalle dal peso dello zaino, seduto su grandi scogli neri a un metro dalla risacca, un piccolo scoglio grigio qualche decina di metri di distanza colpisce la mia attenzione; non sembra sincronizzato rispetto al moto ondoso, scompare sotto l’acqua quando gli scogli vicini sono visibili e viceversa. Inquadro il misterioso scoglio con il teleobiettivo e mi accorgo che quello scoglio…mi sta guardando! E’ una foca grigia. Si avvicina nuotando di qualche metro per poi scomparire definitivamente.

Riprendo il cammino. Il sentiero sale nuovamente lungo alture a picco sul mare, ma in breve diviene indistinguibile. Dalla mappa scaricata on-line è evidente che debba proseguire lungo il crinale, ma improvvisamente mi trovo innanzi un salto di roccia di circa sei metri. Scalare la parete mi pare difficile (e non ricordo di aver letto di parti del sentiero che richiedano arrampicate) e aggirarla richiederebbe una lunga deviazione. Sicuramente ho sbagliato strada.

Comincia a piovere. Percorro avanti e indietro il crinale quattro volte in cerca di un passaggio che possa essermi sfuggito. Infine noto tra le alte felci una debole traccia che scende ripidissima dalla scogliera. Effettivamente non avevo considerato che il sentiero potesse passare lungo la base della scogliera piuttosto che sul crinale.

Il debole tracciato diviene più evidente dopo pochi metri ma la pendenza rende questo passaggio fruibile solo a chi non soffra di vertigini e abbia un passo sicuro. Il terreno alla base della scogliera è zuppo d’acqua e il sentiero dopo alcune centinaia di metri si allontana dalle rocce attraversando una uniforme distesa di erba alta. Piove intensamente ed inizio a sentire la stanchezza. In pochi minuti mi accorgo di essere ormai a destinazione: in lontananza vedo delle case bianche lungo la costa mentre il sentiero s’inerpica su di una collina puntando verso uno stabile che identifico come il Dun Backpackers Hostel di Flodigarry. Per quanto ne so l’ostello dovrebbe essere chiuso, ma è permesso campeggiare nel prato circostante.

Vi arrivo sotto un vero e proprio diluvio e non avendo intenzione di bagnare l’interno della tenda, decido di aspettare che la pioggia cessi d’intensità prima di montarla.

Un tronco abbattuto ai margini della proprietà mi fa da panca per l’attesa. Devo essere l’immagine della tristezza seduto su quel pezzo di legno marcescente con i rivoli d’acqua che scorrono lungo il poncho. Si apre la porta dell’ostello. Un signore di mezza età mi fa cenno di entrare. E’ il proprietario e gestore, assieme alla moglie, dell’ostello. Mi offrono ospitalità per la notte. Vera ospitalità scozzese. Ho la possibilità di saziarmi con un pasto caldo e di dormire in un letto comodo in una camerata da otto letti tutta per me, in cambio di qualche chiacchiera sull’Italia e Venezia in particolare.

Fuori piove e soffia forte il vento. La bandiera scozzese che svetta innanzi alla finestra della mia camera viene maltrattata dalle intemperie mentre scende la notte.

 

…se il tempo si mantiene così mi sarà impossibile proseguire lungo la tappa più dura dell’intero percorso. Il Trotternish Ridge ti espone al vento lungo tutti i suoi 29 chilometri di lunghezza e 1800 metri di dislivello, senza la possibilità di trovare un riparo. Anche il gestore dell’ostello mi consiglia di non affrontare questa parte del cammino se non con il bel tempo e dalla stazione meteo locale prevedono “storm” (tempesta) per domani. Ho i giorni contati per questo viaggio per cui spero in un miglioramento per mercoledì.

 

6 ottobre 2015, ore 6.30, ostello di Flodigarry

 

Sono nella cucina comune dell’ostello. Sorseggio un tè caldo mentre contemplo il panorama dalla finestra. Non vi è un alito di vento e la bandiera scozzese giace inerte lungo l’asta metallica. Non riesco a scorgere una sola nuvola in cielo e tutto porta a presupporre una bella giornata di sole. Proverò ad aspettare ancora un’ora, poi, se il tempo si manterrà, riprenderò il cammino.”

 

La tazza da cui sto bevendo a piccoli sorsi il mio tè bollente ha una scritta: “Be brave, be Scottish”, tradotto “Sii coraggioso, sii scozzese”. Sembra quasi un segno, di sicuro un incoraggiamento a partire. Sui rami di un cespuglio vicino alla bandiera un pettirosso cinguetta e saltella allegro. Anche il mio “animale guida” sembra incitarmi alla partenza.

Quando il sole si alza in cielo dietro alle isole che si stagliano dal mare proprio di fronte all’ostello, m’incammino. Ora dopo ora il tempo migliora fino ad obbligarmi a togliere diversi strati dal mio abbigliamento per non patire il caldo. Supero il Loch Langaig e il Loch Hasco camminando lungo un fangoso sentiero, sempre ben visibile, che si arrampica verso il Quiraing attraverso prati di rododendri e altri cespugli, accompagnato dai voli e i canti di pispole, culbianchi e saltimpali. Il cielo si sta rannuvolando ma non vi faccio troppo caso, affascinato dal panorama e dalla bellezza dello stesso tracciato del sentiero. Sto attraversando montagne antiche, che sembrano conservare in ogni balza di roccia storie di uomini, piante ed animali. La vista si estende lontano, fino a che le nuvole non si mescolano con l’acqua del mare.

Sono felice di camminare lungo queste terre che, nonostante distino pochi chilometri da piccoli centri abitati, conservano tutt’ora quel fascino mistico comune a tutte le terre selvagge. Dalla cresta l’intera catena montuosa del Trotternish appare come un’insuperabile muraglia: le brughiere sommitali precipitano verso la pianura costiera sottostante come un’estesa cascata di roccia. Sporgersi verso il vuoto dal crinale è un’esperienza per cuori temerari.

Dopo un paio di chilometri la civiltà riappare improvvisa quando il sentiero incrocia la strada che collega Staffin a Uig. Vi è uno spiazzo, macchine parcheggiate e turisti che, cellulare alla mano, scattano foto al paesaggio. C’è pure qualcuno con attrezzatura fotografica di qualità e cavalletto, intento a comporre e studiare l’immagine più efficace.

Supero questo lampo di umanità e inizia a piovere. E’ una pioggia leggera, inoffensiva, ma il crinale che sto seguendo si perde all’interno di nuvole nere e presumibilmente cariche di pioggia. Mi torna in mente quello “storm” delle previsioni meteo.

Il continuo sali e scendi del sentiero sta fiaccando velocemente le mie gambe. Piove sempre di più e affondo i piedi nel fango non appena mi allontano di qualche passo dalla cengia rocciosa.

Mi fermo spesso per riposare. Cucino qualcosa in velocità sperando di trovare le forze per continuare la marcia. Ormai sono nei pressi di quelle grandi nuvole che celano la vetta dello Sgurr a’ Mhadaidh Ruaidh. Dalla nebbia emerge la sagoma di un’aquila reale. Grandi ali passano sopra di me scomparendo velocemente all’orizzonte. E’ una specie di saluto. Attraverso la barriera grigia.

Freddo, vento e pioggia.

“Storm”.

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