Paragrafo 5: “Suoni di Scozia”

Paragrafo 3: “Fuori dal sentiero”

25 marzo 2017 Comments (0) Capitolo 1: Skye

Paragrafo 4: “Elevarsi, per poi cadere”

9 ottobre 2015, ore 07.30, Sligachan,

 

Scrivo mentre mangio biscotti e mi scaldo un tè. Tutto è incredibilmente grigio attorno a me.

I Cuillins sono nascosti da una fitta coltre di nubi. La visibilità è sufficiente per seguire la traccia del sentiero. Pioviggina ma sono pressoché certo che l’intensità della pioggia andrà aumentando nel corso della giornata. -Vabbè, mi rassegno a camminare bagnato-.

 

Mi incammino da Sligachan presto, lasciando la grande baia alla mia sinistra e cammino rapido. Il morale è basso. Non si vede nulla del panorama circostante e questo non mi induce a fermarmi, come spesso accade nelle belle giornate, per scattare una foto o semplicemente godermi il panorama. Non bastasse il tempo inclemente, mi sarà pressoché impossibile scattare foto di qualità decente da questo momento in avanti: la mia amata Canon EOS 7D ha deciso di abbandonarmi! Non riesce più a riconoscere le schede CF. Ho provato di tutto, ma niente da fare. Mi porterò appresso due chili di inutile peso fotografico confidando solo nella fotocamera del cellulare per documentare il viaggio.

In poche ore arrivo a Camasunary (una singola casa e un bivacco poco lontano!). Sono stanco per la marcia sostenuta. Mi siedo a riposare su di un largo masso a poca distanza dal sentiero. Il sole riesce a penetrare le nuvole illuminando la montagna che si innalza davanti a me, il Blabheinn.

Nella mia insufficiente preparazione del percorso avevo ventilato la possibilità di estendere il mio hike alla scalata di un Munro (termine usato per indicare le montagne scozzesi più alte di 3000 piedi, circa 900 metri) e la scelta era caduta proprio sul Blabheinn. L’idea era di arrivarvi in vetta tramite un sentiero che parte esattamente dalla parte opposta della montagna, quella orientale, che si affaccia sul Loch Slapin e il villaggio di Torrin.

Ma adesso il Blabheinn è proprio davanti a me, unico scoglio visibile in un mare di nuvole.

Nella mia testa si fa strada l’idea di attraversare la montagna, creando una mia versione dello Skye Trail.

Il mio sguardo passa in continuazione dalla cartina (per la precisione un foglio A4 stampato da una pagina web con una risoluzione davvero pessima) alla montagna e mi convinco che posso facilmente trovarmi una via salendo da sud-ovest, per poi ricongiungermi in vetta al sentiero e scendere dalla parte opposta seguendone la traccia.

L’idea mi eccita e, lasciato il sentiero alle spalle, intraprendo questa nuova avventura senza esitazione.

Mi sento come un esploratore dei tempi andati mentre calpesto rocce e cespugli che raramente avranno conosciuto il peso di un essere umano.

Non ho paura di perdermi, non sento la dovuta paura per i rischi a cui sto andando volontariamente incontro. Mi sento sicuro del valore delle mie gambe e delle mie spalle. Proprio io, che fino a due ore prima mi ripetevo di non essere fisicamente preparato per questo hike.

Quando inizia l’ascesa mi vedo sicuro nella scelta della via, le gambe si muovono agili sui grandi massi, un terreno che mi è più consono rispetto alle torbiere. Sono immerso nelle nuvole, ma so che l’importante è salire. La stanchezza si accumula e si rende sempre più palese ad ogni passo, ma lo spirito che brucia dentro mi urla di andare avanti. Sfogo rabbia ad ogni falcata, ogni qualvolta devo aggrapparmi ad una roccia con le mani per superare un passaggio più complicato mi accorgo di contrarre i muscoli più del necessario; stringo letteralmente i denti tutto il tempo. Questa ascesa è diventata qualcosa di più di una scalata: è una rivincita su tutto il male che mi sento addosso. Ce la farò, arriverò dall’altra parte di questa montagna e vorrà dire che sono ancora forte, che so ancora superare le difficoltà che la vita mi pone davanti.

Poi vi arrivo sotto e tutta la spavalderia se ne va, trasportata da un soffio di vento gelido. Una parete di roccia apparentemente liscia e uniforme si staglia davanti a me. Non saranno più di dieci metri, ma per me è come se fossero cento o mille. So di non avere i mezzi e le capacità per arrampicare in sicurezza quella parete. Cerco una via alternativa, ma non la trovo. Per circa un’ora provo nuove vie, spesso tornando sui miei passi per tratti anche notevoli, ma le altre “strade” portano a rischi anche maggiori. Ritorno sotto a quella parete. So di non poterla scalare. Nella mia testa continua a passare la frase “non sei in grado di superare questa parete. Il sogno è finito, si torna indietro”. Mentre mi ripeto questo mantra quasi inconsciamente inizio ad arrampicare.

Non sono un grande arrampicatore, non ho una buona tecnica e mi affido troppo alla forza delle braccia. Ma provo a scalare una parete tecnicamente difficile, con la roccia bagnata, con scarpe da trekking a suola morbida ai piedi, con uno zaino da 20 chili sulle spalle e nessun sistema di sicurezza.

Avevo iniziato questo trekking con i presupposti sbagliati, fisicamente e tecnicamente impreparato, ma soprattutto nel peggior stato d’animo e mentale possibile.

E ora inconsciamente rischiavo di finirlo in un attimo, e con esso finire un sacco di altre cose. Ma superare quella montagna per me, in quel momento, era la cosa più importante in assoluto.

Ma alle montagne non importa assolutamente delle motivazioni e delle capacità di chi cerca di scalarle.

Come disse Andrè Roch, famoso alpinista ed esperto di valanghe, “Anche gli esperti muoiono sotto le valanghe, perché le valanghe non sanno che sei esperto”.

Sorprendentemente riesco ad elevarmi di circa tre metri con una certa naturalezza, ma poi in un attimo mi manca un piede, scivolato dall’appoggio, e in successione l’altro piede ed entrambe le mani. Insomma, cado. Ma cado in piedi e vuoi l’altezza non eccessiva, vuoi che nonostante tutto ho ancora delle buone gambe, mi ritrovo con il culo a terra, le ginocchia e i piedi indolenziti dall’impatto ma tutto sommato perfettamente integro. Integro fisicamente.

Il cuore mi batte a mille e senza riposare o metabolizzare l’accaduto mi precipito verso il fondovalle, con un’andatura più vicina alla corsa che alla camminata.

In un attimo sono di nuovo a Camasunary. Mi siedo nuovamente sullo stesso masso da cui tutto era partito.

“Facciamo che tutto questo non è mai successo” mi ripeto.

Non ho superato la montagna. Non ho superato i miei problemi.

Ma li avrei davvero risolti oltrepassando quella parete?

Non credo. I problemi sarebbero diventati la montagna successiva, il fiume da guadare domani, il prossimo cammino, ancora più lungo, ancora più difficile.

Raggiungo Elgol che è sera. Mi cucino una minestra calda e mi avvolgo nel sacco a pelo. Rivivo la caduta più volte nella notte, in sogni sempre diversi ma sempre terribili.

Domani continuerò lungo il sentiero normale.

La montagna si può aggirare.

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