Paragrafo 6: “Elevarsi ancora una volta”

Paragrafo 4: “Elevarsi, per poi cadere”

24 marzo 2017 Comments (0) Capitolo 1: Skye

Paragrafo 5: “Suoni di Scozia”

E’ il dieci ottobre. Sto camminando da oltre un’ora sotto la pioggia leggere di questa mattina uggiosa. Ho già abbandonato da un po’ la strada bianca e il minuscolo centro di Glasnakille. Cammino lungo un sentiero ampio, battuto ma incredibilmente fangoso. Mi sto addentrando nelle “woodlands”, boscaglie umide ma dotate di un certo fascino. Il sentiero è spesso attraversato da ruscelli e piccole ma vigorose cascatelle scendono dai fianchi delle colline circostanti. La vegetazione diviene più fitta, fino a quando mi accorgo di essere circondato quasi esclusivamente da alte felci: sembra di camminare in una foresta preistorica.

 

Continua a piovere, a volte più forte, altre in modo appena percettibile. Mi fermo un attimo a riposare. Non vi è nessun suono all’infuori della pioggia che cade. Le gocce d’acqua colpiscono le foglie, scivolano sulle felci e cadono nelle pozze d’acqua e nella fanghiglia. Ne esce un suono particolare, una musica direi. Ogni goccia sembra seguire una sua strada e raggiungere un proprio suono. E’ jazz. Mi fa sorridere questo pensiero, ma mi ritrovo ad essere felice di questa pioggia, ad amarne l’essenza ed il fatto di essere componente di questa orchestra: le gocce che colpiscono il mio poncho o il copri-zaino danno un suono più secco, che aggiunge novità al risultato finale. Si può arrivare ad amare la pioggia, ci si abitua al suo tocco vario e mutevole.

Riprendo il cammino e il concerto termina. Anche il bosco ad un certo punto si dirada e la vista torna a spaziare sul Loch Slapin. Mi accorgo di camminare leggermente in quota, sopra a scogliere a picco sul mare. Tra i cespugli qualche vacca delle Highlands si volta a guardarmi, per quanto non credo siano in grado effettivamente di vedermi con quella lunga frangetta bagnata a coprir loro gli occhi.

Supero le due case di Kilmarie e a Kirkibost mi ricongiungo con una strada asfaltata. Ora la pioggia scende nuovamente copiosa. Non ho voglia di prepararmi il pranzo cucinando sotto la pioggia battente. Cammino mangiando tristi barrette energetiche, che tra l’altro trovo pastose e di dubbio sapore. Dalla cartina è chiaro che a breve dovrò abbandonare la strada per un sentiero che attraversi un’area boscosa. Vedo il bosco ma non il sentiero. Vi è una recinzione, molto rovinata e in alcuni tratti abbattuta, come abbattuti e marci sono molti alberi al limitare della foresta. Continuo per altri dieci minuti lungo la strada per poi tornare sui miei passi: il sentiero deve essere nei pressi della recinzione e io non l’ho visto. Esco dal sicuro tracciato della strada e attraversando un prato di erba alta fino al ginocchio raggiungo la recinzione. Intravedo una debole traccia, ma potrebbe non essere il sentiero. Decido di provarla. La traccia prosegue salendo per le colline e mi costringe ad un continuo zigzagare tra gli alberi marcescenti e ad attraversare brevi ma profondi tratti di torbiera e acquitrini. Inizia ad entrare acqua negli scarponi, una cosa che davvero non sopporto. Raggiungo il crinale della collina e smette di piovere. So di essere sulla giusta strada. Alla mia sinistra l’An Carnach si erge come il muro di un castello ciclopico, mentre alla mia destra lo sguardo spazia sul Loch Slapin.

Lascio il bosco alle mie spalle e seguendo il sentiero, ora più chiaro, percorro il crinale verso nord. Vedo il piccolo borgo di Torrin: case bianchissime tra pascoli verde smeraldo delimitati da siepi ed alberi verde scuro, in un mare di brughiere rossastre. Nasce e cresce la voglia di raggiungere quelle case, di godersi un tè fumante presso l’unico café della zona, di parlare con le persone, di togliersi gli scarponi bagnati, di un letto comodo e caldo. E invece proseguo lungo il sentiero che ha assunto l’aspetto di un fiumiciattolo: l’acqua scorre lungo tutto il suo percorso senza soluzione di continuità.

Tra le nuvole emerge nuovamente il Blabheinn e alla sua vista riappare nella mia mente l’obiettivo di scalarlo. I desideri di comodità vengono rapidamente accantonati e inizio con lo sguardo a cercare un buon punto dove accamparmi per la notte, in modo da iniziare l’ascesa fin dalle prime luci dell’alba. Proseguo ancora una ventina di minuti fino a raggiungere un’altura rocciosa. Sono un po’ troppo esposto al vento e il terreno roccioso non permetterà di picchettare efficientemente la tenda, ma sembra l’unico pezzo di terra non ancora trasformato in una pozza di fango, quindi me lo faccio andare bene. La posizione è decisamente panoramica e sono circondato da un fitto bosco di conifere. Faccio appena in tempo ad aprire i teli della tenda e a predisporre la paleria che vengo letteralmente assalito da uno sciame di “midges”. Si tratta di moscerini succhia-sangue, una vera piaga estiva tipica della Scozia. Ma siamo in ottobre e in teoria di queste fastidiose creature non dovrebbe più esserci traccia.

Si posano sul viso e sulle mani, unici lembi di pelle esposti, a nugoli, ma anche i miei vestiti ne sono ricoperti. Scappo letteralmente all’interno della tenda e passo una buona mezz’ora ad uccidere questi indesiderati ospiti. Attraverso il telo della tenda vedo che il sole si è fatto spazio tra le nuvole e che mi invita ad uscire per godere del suo calore, ma il ricordo dei midges mi dissuade dal farlo. Decido di non cucinare, ma di mangiare cibo in scatola e del pane.

E’ ancora relativamente presto, così passo il tempo a scrivere pensieri e annotazioni, finché non mi addormento.

Un suono forte e inatteso mi sveglia all’improvviso.

E’ ancora buio e il cellulare segna le quattro del mattino. Non sono riuscito a capire che suono fosse, forse una specie di muggito. Tendo le orecchie e trattengo il fiato nel tentativo di cogliere altri suoni.

Solo il ticchettio della pioggia leggera che cade sulla tenda. Poi di nuovo quel verso! Sono sveglio adesso, per cui lo riconosco: è il bramito di un maschio di cervo rosso. Mi piacerebbe vederlo, ma ho ancora troppo sonno. Mi riaddormento sentendo di tanto in tanto i bramiti del cervo, che sembrano sempre un po’ più deboli, sempre un po’ più lontani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *