Paragrafo 2: “Ghiaccio”

Paragrafo 4: “L’Himalaya lappone”

7 febbraio 2017 Comments (0) Capitolo 3: Alto Giura, Novità

Paragrafo 1: “Nuova vita”

“No di nuovo! No di nuovo!”. Piegato a 90° dagli spasmi sono costretto a scappare fuori dalla tenda. Sarà ormai la quinta volta stanotte. La diarrea non mi dà tregua.

La temperatura è di molti gradi sotto lo zero e ogni qualvolta mi rinfilo nel sacco a pelo lo trovo sempre più freddo, sempre meno ospitale.

Il primo thru-hike di quest’anno non è iniziato certamente nel migliore dei modi.

La mattina seguente una debole luce illumina i dolci rilievi collinari, ricoperti appena da un leggero strato di neve. Un paesaggio bucolico, in cui trovare pace e serenità.

 

Ma la mia via prosegue in senso opposto, verso le fitte foreste, lontano dalle cascine, inerpicandosi lungo tracce nascoste dal manto nevoso, verso le alte vette del Giura.

Non ho fame e, allacciate le ciaspole agli scarponi, riprendo il cammino.

Sono debilitato dalla notte appena trascorsa e le gambe non si muovono fluide come dovrebbero. Ogni pochi passi devo fermarmi a riprendere fiato.

Mi convinco che devo mangiare qualcosa, per riprendere le forze.

Sciolgo della neve e mentre il tè fuma nella tazza trangugio senza voglia qualche barretta energetica.

Si rivelerà una scelta sbagliata, scatenandomi nuovi, frequenti attacchi ad intervalli regolari.

“17, 18, 19….20!” nella mia testa conto i passi che mi obbligo a fare prima di riposare. Raramente ho fatto tanta fatica. Il sudore mi si gela addosso ogni qualvolta faccio una sosta, divenendo l’unico motivo che mi spinge a proseguire.

Arrivo al bivio indicato nella mappa; il sentiero che dovrei seguire si diparte alla mia destra ma, appoggiato ai bastoncini da trekking, mi prendo un minuto per esaminarlo: la traccia è vagamente intuibile e sembra inoltrarsi proprio là dove il bosco appare più fitto. La differenza con il chiaro ed ampio sentiero finora seguito è lampante. Stringo la cinghia dello zaino alla vita e mi avvio. La traccia sul terreno, vuoi per la copertura nevosa, vuoi per la ricrescita del sottobosco, è decisamente poco chiara, ma ad intervalli periodici è possibile scorgere il segnavia rosso sul tronco di qualche albero. Il sentiero sale lungo il fianco della montagna, ma gli alberi sono troppo fitti per procedere zigzagando, per cui l’unica soluzione è andare in linea retta, sfidando l’elevata inclinazione del terreno. Mi faccio lentamente strada tra i rami, che sovente arrivano a graffiarmi il viso, affondando nella neve sempre più alta e sempre meno compatta.

Guardo verso la sommità della salita e scorgo il cielo azzurro. Un ultimo strappo, i muscoli delle cosce bruciano, ma ancora poco e sarò fuori da questo inferno di rami. Ancora un passo…Finalmente emergo dalla foresta. Mi ritrovo a respirare a pieni polmoni su di un ampio pascolo. Impiego più di qualche secondo prima di riconoscere la meraviglia che mi si mostra tutt’attorno. La vista, non più ostruita dalla fitta coltre degli alberi, spazia sui primi rilievi sud-occidentali del Giura, ingrigiti dall’effetto del manto nevoso al di sotto delle spoglie fronde di migliaia di alberi. I paesi del fondovalle sembrano snodarsi verso ogni pertugio non troppo inclinato che la montagna concede. Riconosco Bellegarde, da cui sono partito solo ieri nel tardo pomeriggio. Ma a catturare lo sguardo è lui, il signore delle Alpi: il Monte Bianco. Colosso di neve, roccia e ghiaccio, emerge prepotente tra le vette circostanti. Le poche nuvole sembrano tenervisi intenzionalmente alla larga, e il sole ne illumina i ghiacciai.

 

 

E’ una vista che ripaga tutti gli sforzi compiuti finora. Respiro sempre profondamente, quasi a voler catturare nei polmoni, assieme alla fredda aria, l’immagine che mi si para di fronte.

Ma non posso attardarmi, le giornate sono brevi e io ho percorso una distanza risibile.

Non vi è più alcuna traccia del sentiero, per cui punto verso nord-est, evitando le aree boscose e rimanendo sui pascoli imbiancati. Sebbene non più ostacolata dagli alberi, la marcia risulta penosa a causa degli accumuli di neve creati dal vento: nonostante le ciaspole sprofondo di frequente nella neve fin sopra al ginocchio. Dopo due ore di cammino arrivo nei pressi di uno chalet, predisposto a bivacco invernale. Dovrei proseguire ancora, ma la rustica accoglienza di questo riparo destabilizza i miei stoici propositi. In un attimo lo zaino è sdraiato su di una panca e io sto già lavorando per accendere la stufa. Riempio di neve le pentole, in modo da avere acqua a sufficienza per cucinarmi la cena stasera e da bere durante la marcia domani. All’esterno dello chalet, a pochi metri dal crinale, vi è il gabinetto. Sarà anche ricoperto di neve, ma è pur sempre un gabinetto, e nelle mie attuali situazioni rappresenta un lusso insperato.

Poche ore più tardi, il buio che permea la stanza è vagamente scalfito dalla debole luce di una candela. La stufa emana un calore che sento più utile di qualsiasi farmaco, l’acqua nelle pentole sta bollendo.

 

E’ iniziata una nuova stagione della mia vita. Laboratorio, casa, palestra e la “quotidianità” sono rimaste a Padova. E lì resteranno. E’ il tempo dell’avventura, della legna che scoppietta nel fuoco, delle gambe stanche, degli sguardi furtivi degli animali, del vento in faccia, dell’acqua fredda. E’ il tempo in cui rinuncio a tante cose, a molte comodità ma anche allo stress. Rinuncio alla sicurezza economica per arricchirmi di emozioni. Rinuncio ad una vita tranquilla per il brivido del WILD.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *